Vermeer e Proust

Marcel Proust

Nell'ottobre del 1902 Marcel Proust si recò a Bruges per l’esposizione dei primitivi fiamminghi, poi in Olanda, ove raggiunse l'amico Bertrand de Fénelon. Visitò Rotterdam, Delft, Amstedam, l’Aia per vedere i quadri di Frans Hals che ricorderà  nel lunghissimo racconto del pranzo a casa Guermantes. Il 18 ottobre all'Aia vide per la prima volta La veduta di Delft di Vermeer. Proust aveva allora 21 e come scriverà in seguito, da quel giorno aveva saputo "qual è il quadro più bello del mondo".

Ebbe occasione di vedere di nuovo La veduta di Delft nel 1921. Tra aprile e maggio di quell'anno si tenne a Parigi al Museo Jeu de Paume una mostra intitolata Exposition hollandaise. Tableaux, aquarelles et dessins anciens et modernes. Erano esposte altre due opere di Vermeer, La lattaia e La ragazza con l'orecchino di perla. Proust, malato cronico da tempo, dormiva di giorno e scriveva di notte, usciva raramente da casa, ma mandò un biglietto all'amico critico d'arte Jean-Louis Vaudoyer per chiedergli d'accompagnarlo al Jeu de Paume: "...non sono andato a dormire per recarmi a vedere questa mattina Ver Meer e Ingres. Volete condurre questo morto che sono io e che si appoggerà al vostro braccio...".

La veduta di Delft (dettaglio), Johannes Vermeer

Rivedere il suo "quadro più bello del mondo", lo riempì di nuovo di meraviglia.
E rese tutta l'emozione di quell'incontro con Vermeer nell'episodio della morte di Bergotte, personaggio della Recherche, che davanti alla Veduta di Delft terminò di vivere. Bergotte ha un malore che pensa sia provocato da patate poco cotte, ma prima di morire le ultime riflessioni sono sui suoi libri: "E’ così che avrei dovuto scrivere...I miei ultimi libri sono troppo secchi, avrei dovuto stendere più strati di colore, rendere la mia frase preziosa in sé, come quel piccolo lembo di muro giallo". Bergotte, mentre sta per morire, si ripete: "Piccolo lembo di muro giallo con tettoia, piccolo lembo di muro giallo". È come se improvvisamente avesse capito cosa sia l'arte: un cercare, un cercare continuo, fino a trovare. Come Proust scriveva nel Tempo ritrovato: "Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso".

Era questo che Proust ammirava in Vermeer, essere stato così generoso, devoto, buono da "ricominciare venti volte qualcosa che susciterà un'ammirazione così poco importante per il suo corpo divorato dai vermi, come il lembo di muro giallo dipinto con tanta sapienza e raffinatezza da un artista per sempre ignoto, identificato appena sotto il nome di Vermeer".

Lorezo Renzi, Proust e Vermeer, apologia dell'impricisione

Il saggio di Lorenzo Renzi, Proust e Vermeer, apologia dell'imprecisione, godibilissimo, sempre condotto sulle note di una sottile ironia, ricchissimo di note, prendendo spunto dal "muretto giallo" dipinto da Vermeer nella Veduta di Delft, approfondisce la conoscenza della tanto cittata ammirazione di Proust per il maestro olandese. Fu anche grazie a questa ammirazione profonda e quasi viscerale di Proust per Vermeer, che il pittore catturò l'attenzione di tanti intellettuali.

Proust e Vermeer, apologia dell'imprecisione
Lorenzo Renzi
112 pagine, Il Mulino

Intervista con Lorenzo Renzi

Luglio 8, 2003

The Essential Vermeer: Potrebbe indicare il problema principale investigato nel suo libro, il suo metodo di ricerca e le sue conclusioni?

Lorenzo Renz: Nel mio libro ho esaminato una pagina celebre della "Recherche du temps perdu" di Marcel Proust, quella dedicata alla morte dell'immaginario scrittore Bergotte davanti all'altrettanto celebre quadro di Vermeer, Veduta di Delft. In questa scena Bergotte negli ultimi istanti della sua vita, colpito da infarto, confronta un particolare del quadro di Vermeer con lo stile nel quale ha scritto i suoi libri: uno stile troppo secco, pensa Bergotte, arido a confronto con quello di quello splendido particolare. Ma qual è esattamente questo particolare? Proust parla di un "muretto giallo vicino a una tettoia". Ho cercato nel mio saggio di identificare il celebre muretto in primo luogo interrogando i critici e commentatori di Proust (e anche di Vermeer), poi esaminando a mia volta con accuratezza, in riproduzione e sull'originale, lo splendido quadro di Vermeer. Il risultato non è sicuro, i critici danno risposte diverse al quesito. Quanto a me, la mia conclusione sarebbe che Proust ha sovrapposto due particolari del quadro, un tettuccio inondato di sole ("giallo") nella zona interna destra del quadro e due lunghi ma pallidi muri vicino a un ponte basculante, da Proust scambiato per una tettoia, all'estremità sempre destra dell'opera. Da queste osservazioni sono risalito alla mancanaza di esattezza di Proust, un tratto che non contraddice il suo genio: anzi il genio di Proust si rivela proprio nella particolare deformazione che imprime alle cose, proprio come, in pittura, si potrebbe dire per esempio di El Greco, di Modigliani e di molti altri artisti.

In che modo e quando è nata l'idea per la sua ricerca?

Sono stato appassionato fin da bambino di pittura, soprattutto del Rinascimento italiano (la mia prima visita a Firenze per conoscerlo da vicino l'ho fatta a 13 anni!), e come lettore non ho amato nessuno scrittore come Proust. Tuttavia la mia attività professionale è stata dedicata alla linguistica e alla filologia. Dopo avere ammirato la Veduta di Delft all'Aja, ho riletto la pagina di Proust, e ho scritto per me stesso qualche osservazione. Poi l'ho ampliata e ho cominciato quella ricerca che è stata spesso paragonata dai miei lettori a un'inchiesta da dedective. In realtà io, che non sono un lettore di romanzi gialli, mi sono ispirato piuttosto ai metodi della linguistica. Ma non è detto che l'inchiesta poliziesca e la linguistica non abbiano molto in comune, o addirittura che non siano la stessa cosa: lo sospetto, ma non ne sonosicuro (per saperlo dovrei forse decidermi a leggere dei romanzi gialli).

Che tipo di esperienza ha avuto con i quadri di Vermeer?

Il mio amore della pittura è indifferenziato: non capisco chi preferisce l'arte italiana a quella fiamminga o viceversa, chi apprezza il Barocco ma non il Neoclassico: cresciuto nello storicismo mi sforzo di capire e di amare tutti i periodi e tutte le scuole, e credo di riuscirci (con la sola eccezione della pittura inglese dell'età vittoriana: tutto ha un limite). Detto questo, l'opera di Vermeer esercita su di me un fascino particolare, soprattutto per le sue figure così nette e precise, il suo famoso effetto quasi fotografico, eppure così superiore alla fotografia. L'occhio umano è un apparecchio fotografico che sa sciegliere, cosa negata alla macchina. Ammiro anche la capacità di Vermeer di rappresentare l' intimità borghese, comune ad altri pittori olandesi a cominciare da Rembrandt, ma che nessun altra scuola pittorica ha saputo rappresentare.

Ha iniziato a scrivere il libro già avendo una particolare tesi in mente oppure ha raggiunto le sue conclusioni in seguito all'esame delle documentazioni raccolte? Nella sua ricerca ha incontrato prove che hanno causato una modifica delle sue idee iniziali?

Quando ho cominciato a scrivere il libro non sapevo come sarebbe andato a finire: di questo sono sicuro. Ma non mi ricordo più bene quando e come ho trovato quella che sarebbe stata la soluzione del libro, la soluzione che ho riferito prima. Ricordo che la ricerca è stata appassionante e ha comportato anche due viaggi a Parigi dove ho battuto le librerie, visitato la nuova Bibliothèque nationale, cercato nei musei d'arte orientale cosa mai potesse significare la "preziosità cinese" che Proust attribuisce al muretto giallo. A quest'ultima questione non ho saputo trovare una risposta e nel libro ho
dovuto riconoscere il mio fallimento. Ho fatto con questo quello che fa il linguista, e che penso facciano gli scienziati, che non hanno nemmeno l'idea di poter rispondere a tutti i problemi, ma sono contenti se possono offrire al loro pubblico una o due ipotesi non del tutto assurde. Ogni ricerca è difficile, ma non dobbiamo mai ingannare il nostro pubblico sulla sicurezza e sulla comprensività dei nostri risultati.

Il ruolo dell'osservazione è di fondamentale importanza sia nei lavori di Vermeer che in quelli di Proust. Quale sono le analogie e le differenze nella maniera in cui i due artisti osservano? Quali pensa siano i fini espressivi in comune fra i lavori di Proust e di Vermeer?

Non è facile paragonare un pittore e uno scrittore, trovare somiglianze o differenze. Comunque penso che Proust e Vermeer siano lontanissimi tra di loro. Forse ciò che Proust ammirava di più in Vermeer era quello di avere assimilato a sé in modo straordinariamente uniforme e compatto tutto quello che aveva dipinto: tutto ciò che Vermeer dipinge, pensa Proust, mele, tende, figure di donne, pareti, raggi di sole diventano Vermeer: "ce n'est que du Vermeer", direbbe Proust. Ma in fondo questo si potrebbe dire anche di Leonardo e di Picasso, di Manet e di Hopper. E così dello stile di ogni scrittore, purché abbia uno stile (ma se non ce l'avesse, non sarebbe uno scrittore).

Perché Proust ha scelto proprio la Veduta di Delft?

Proust, figlio di un'età, di una città e di un ambiente tra i più colti che ci siano mai stati, era un grande appassionato arte: di pittura (e di architettura) come di musica: la "petire phrase" di Venteuil pone problemi simili a quelli del muretto giallo. Si tratta probabilmente di una sovrapposizione (anche qui!) di Saint-Sans e Fauret. Nella pittura Proust, cresciuto nell'ammirazione degli Impressionisti (nella Recherche Elstir rappresenta sostanzialmente Monet), predilige le raffigurazioni della natura, del paesaggio. Scegliendo la Veduta di Delft per la scena della morte di Bergotte Proust ha prediletto l'unica veduta (e una delle prime vedute mai dipinte al mondo) di quello che è stato essenzialmente un pittore di interni.

È noto che nella Veduta di Delft Vermeer fece numerose e coscienti modifiche rispetto al panorama che aveva davanti agli occhi. Lei pensa che le imprecisioni che ha rilevato nell'esaminare il Proust del "piccolo lembo di muro giallo" nel quadro di Vermeer siano frutto di fattori casuali e/o inconsci, piuttosto che, come in Vermeer, licenza artistica?

Io penso che quello che un artista fa deliberatamente sia meno importante di quello che fa istintivamente senza accorgersi. Direte che dico una cosa paradossale. Ma in fondo è logico che un artista faccia deliberatamente soprattutto quello che gli impongono le regole artistiche del suo tempo, mentre la parte più importante della sua opera dipende da pulsioni interne,
inconsce, generalmente sconosciute allo stesso artista. Un grande artista è qualcuno che lascia filtrare nella sua opera quello che altri suoi compagni, troppo impacciati dai vincoli delle regole, trattengono in se stessi. Non è solo questo, ma c'è anche questo in un grande artista.

Noi conosciamo molto della vita di Proust mentre sappiamo poco di quella di Vermeer. Secondo lei, che importanza ha la conoscenza della vita di un artista per la valutazione della sua opera?

Proust sosteneva che la vita di un artista non ci deve interessare per niente: solo la sua opera conta. Lo stesso punto di vista sosteneva il grande filosofo Benedetto Croce, nella cui influenza sono in parte cresciuto nell'Italia degli Anni Cinquanta e ancora Sessanta (sono nato allo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939). Probabilmente questi autori, e altri che hanno sostenuto lo stesso punto di vista, hanno ragione. Tuttavia la nostra curosità per gli autori delle opere che leggiamo, ammiriamo o ascoltiamo, è insopprimibile. Vogliamo sapere chi sono, quando sono vissuti, quali sono stati i loro amori (come chiedeva ingenuamente Odette a Swann, nel romanzo di Proust: e ... Odette c'est nous!). Quando ancora la critica letteraria non esisteva, Sventonio, le vidas provenziali e il Vasari ci raccontavano la vita di artisti e scrittori del loro tempo e del passato. L'interesse biografico, io credo, non è da condannare, ma nel considerare le opere artistiche o letterarie non dobbiamo permettere ai dati biografici di interferire nell'osservazione formale dell'opera fino a portare a una confusione dei piani. Invece la storia di un autore, la consocenza degli avvenimemti del suo tempo, del clima culturale in cui è vissuto e anche di alcuni episodi della sua vita sono utili, molto utili per capire la sua opera. Piccola appendice: grazie all'opera dello storico americano Montias e di altri, oggi sappiamo quasi tutto di Vermeer, questo artista che Proust riteneva "à jamais inconnu", tanto che gli pareva che non a caso si fosse rappresentato di spalle nell'Arte della Pittura di Vienna.

Se lei fosse a tavola con Proust e Vermeer che cosa chiederebbe a ciascuno di loro?

Gli domanderei: Come diavolo avete fatto a trovarvi insieme qui se siete vissuti a distanza di secoli tra di voi, e tutti e due da me? E comunque, adesso che ci siamo, voglio vedere di che diavolo ci mettiamo a parlare! Mi piacerebbe chiedervi cosa ne pensate, voi che siete due grandissimi europei, cosa ne pensate della gaffe di Berlusconi a Strasburgo, ma temo che mi diciate che non avete la più pallida idea di quello di cui sto parlando.1

  1. Davanti all'Europarlamento al completo il 2 luglo 2003 Silvio Berlusconi si rivolse a Martin Schulz, europarlamntare tedesco capo della delegazione Spd a Strasburgo dicendogli: "Signor Schultz in Italia c'è un produttore che sta preparando un film sui campi di concentramento nazisti, la proporrò per il ruolo di kapò".

 

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